Questo è un viaggio on the road sulla traccia dei land grabbers nel nord-est del Mozambico rurale, dove ladri di terra di ogni specie e natura si stanno letteralmente pappando ettari di savana millenaria. Il loro obiettivo è far spazio a piantagioni estensive di soia, eucalipti, mais, girasoli.

Per documentare lo scempio e raccogliere testimonianze dalle comunità locali partiamo con la missionaria comboniana Rita Zaninelli, da anni anche un’attivista di Giustizia e Pace, io e il giovane giurista Assani Tipito.

Lasciamo Nampula diretti a Malema un lunedì mattina di agosto, con una jeep bianca guidata da Rita che conosce ogni strada e ogni villaggio. E nel giro di una settimana percorriamo l’intero corridoio di Nacala, da est ad ovest.

Sono 800 chilometri di strada che taglia orizzontalmente la provincia di Nampula fino al porto.

Solo più tardi capirò perché questo corridoio è così strategico per i traffici e i commerci che stanno letteralmente svuotando il Mozambico delle sue ricchezze.

Lungo il percorso incontreremo comunità depredate, sacerdoti e padri, leader locali, contadini, uomini e donne che tentano una resistenza a volte tenace, a volte quasi passiva.

Uno spicchio di mondo dove la terra è considerata una no man’s land. Sfruttata dalle multinazionali come fosse abbandonata. «Nessuno chiede il permesso prima di occupare o delimitare le terre dei contadini», spiega suor Rita.

La sua indignazione si trasforma in impotenza quando a parlare è la gente. Nei loro occhi leggi una specie di dolore antico e anche una forma di accettazione. Qualcuno spinto dal bisogno ha ceduto a delle misere offerte.

Il giurista Assani ci spiega dove sta l’inghippo: «La terra appartiene per diritto consuetudinario a chi la coltiva ma il problema è che qui non esistono certificati di proprietà».

Non ci sono recinzioni. Non ci sono atti di compravendita. Questo è il grande equivoco su cui giocano le multinazionali. I contadini coltivano collettivamente la machamba da generazioni.

Vegetazione fitta e antica. Castagni enormi e baobab con i tronchi panciuti, banani e palme da cocco: la savana è un tutt’uno con le coltivazioni comunitarie di manioca, fagioli, miglio e cipolle. 

Nessuna distinzione tra campi coltivati e distese infinite di alberi secolari. Ma chilometri e chilometri di savana rigogliosa vengono inghiottiti dalle multinazionali. I nomi delle aziende sono: Agromoz (Agriculture de Mozambique), Mozaco, Matharia, Aviam, Green resources. E sono brasiliane, portoghesi, norvegesi.

C’è anche l’italiana Aviam che produce Jatropha.

Io, suor Rita e Assani passiamo per le antiche missioni, arriviamo a Mutuali e salutiamo il parroco; decidiamo di tentare l’impresa, entrare nella zona recintata di una delle multinazionali.

Dioniso, l’ex dirigente dell’Unione provinciale dei contadini non verrà con noi: è nella lista nera della Agromoz. Lo hanno allontanato dalla zona più di una volta assieme al giornalista e attivista Jeremias e a qualche giornalista brasiliano.

Appena varcato il cancello verde e superati i controlli di sicurezza con uno sratagemma ci ritroviamo nel regno dei brasiliani: trattori nuovi di zecca e silos per la conservazione della soia, macchinari e capannoni.

Ci ricevono due ragazzetti in divisa d’azienda. Non troviamo il direttore, Andrea Luft, brasiliano. Vediamo però la sua tenuta, dove la coltivazione procede con poche braccia e molti concimi chimici.  Impiega appena 250 persone. I contadini che hanno perso terra e lavoro però sono migliaia.

La comunità locale non molla però: a Mutuali le persone ancora hanno la grande speranza di riuscire a recuperare le loro terre grazie all’appoggio di un movimento che li sostiene.

Chiesa cattolica, Giustizia e Pace, Unione provinciale dei contadini lottano come possono. Alcuni attivisti dei diritti umani e molti giornalisti brasiliani e portoghesi sono attenti alla questione del land grabbing, ma come ci dice suor Rita «passare dall’analisi e dalla denuncia all’azione vera e propria è tutta un’altra storia». (continua)